Now Playing Tracks

Non andate al Fuori Salone, ci siamo già stati noi | VICE

Che giornata di merda.

Inizio dalla zona più istituzionale e chic del Fuori Salone, quella di Brera. Qua ci sono i brand che ti presentano delle fatture al cui confronto una rapina in casa è una gradevole serata con gli amici. Giro per gli showroom del quartiere camminando in mezzo al flusso di 40-50enni pieni di soldi venuti da tutto il mondo, mimetico come un porcospino in un branco di coyote.

Alcune cose li accomunano: sono vestiti “male” ma bene, cioè a cazzo di cane ma spendendo comunque una cifra superiore a quella che guadagni in un anno. E questo solo per gli orecchini. Sorseggiano tutti prosecco da flute che però a te nessuno offre. Un’altra cosa che li accomuna è che se sulle scalette degli angusti showroom da 1.000 euro al metro quadrato a settimana li lasci passare per primi non ti rigraziano MAI.

Ora siccome sono pur sempre uno che nella vita di lavoro scrive, decido di leggere (probabilmente unico fra tutti) le minchiate che i copywriter di questi venditori di fuffa minimale cercano di rifilarti. Ovunque ti giri è pieno di frasi che vorrebbero avere grandi significati e spiegarti perché è assolutamente necessario che tu possegga quella forchetta di cui domani ti sarai già dimenticato.

I pipponi sono riassumibili in due grandi categorie:

1. Questo oggetto—sì proprio questo, oh fortunato possidente terriero—rappresenta la vera essenza (cfr. Plato Steve Jobs) del divano/sedia/tavolo/vaso/appendiabiti/mototrebbiatrice

2. Questo oggetto è in grado magicamente di evocare in casa tua tutte quelle cose che la tua vita non ha più proprio perché lavori così tanto per poterti permettere cose come queste che evochino a casa tua cose che non hai più perché lavori così tanto per permetterti cose come ecc….

Le cose sono: libertà, imprevedibilità, genio, sregolatezza ecc ecc (fatevi fare l’elenco da una studentessa del Dams indirizzo Diablo).

Aggiungeteci che è PIENO DI PATATA, ma di quella che non ti degna di uno sguardo se non sei un designer. E riflettendoci un po’ su capisco anche perché. Il designer è la diabolica risultanza dell’addizione (puramente fittizia ovviamente) fra due dei grandi idealtipi che umettano le donne:

1. L’uomo che fa fisicamente le cose. Il tamarro in canottiera che dopo (prima sono capaci tutti) averti sbattuto fino al raggiungimento di una mezza dozzina di orgasmi assortiti (orgasmo teneroso e orgasmo osìsonolatuaputtana compresi) ti sistema il tavolo, o la veranda di casa se per caso abitate dentro Desperate housewives.

+

2. L’artista cool e concettuale alla ricerca dell’essenza, in qualsiasi conto in banca alle Cayman essa si trovi.

da leggere TUTTO

Ti perdono. Ma non so se è ciò che vorresti.

Il perdono è una cosa molto potente. Il perdono non si chiede. E non si ottiene.

Il perdono è personale. Si può al massimo concederlo a se stessi, ma occorre fare attenzione a non auto giustificare il dolore che si causa agli altri. E a non auto assolversi.

Il perdono non significa “va tutto bene, resta”. Quite the contrary. Il perdono è l’addio più definitivo possibile. È un punto di non ritorno. Una svolta ad un bivio.

Il perdono non serve a chi ti ha fatto del male. Serve a te.

Significa guarire. Significa recidere la corda che ti tiene legato a quel dolore.

Significa andare oltre. Significa ricominciare a vivere con quel pezzo di anima che tenevi occupato a soffrire.

Riciclarlo per un utilizzo migliore.

Significa accettare ciò che è stato, tenere il bello e scaricare il resto tra i rifiuti solidi e inutili.

Ogni dolore serve: fa crescere e - se si impara - serve a diventare migliori. Una volta esaurito questo compito il dolore non serve più. È qui che arriva il perdono, che è come archiviare, senza più giudizi, una vecchia pratica.

Ti ringrazio per l’opportunità che mi hai dato di scoprire pezzi di me che non conoscevo e che, soprattutto, sottovalutavo. Grazie per avermi mostrato chi posso essere. Grazie per avermi reso ancora più splendente.

Non mi serve più trattenere dolore, amarezza e delusione. Sei libero. Anzi, MI libero.

Ti perdono.

To Tumblr, Love Pixel Union